Straniere, vittime senza parole

Riconoscere l’aggressione e trovare una lingua per nominarla: Manisha, Aminata e le altre… Quante immigrate subiscono abusi? Le cifre mancano. Ma lo sradicamento, negli uomini già predisposti, è un incentivo alla violenza

Una donna bengalese, la chiameremo Manisha. A quindici anni è già promessa sposa a un uomo che non conosce e che nemmeno i suoi hanno mai visto di persona. Il «contratto di matrimonio» viene stipulato al telefono, da un continente all’altro: lui vive e lavora in Italia. In attesa delle nozze, la ragazza si trasferisce dalla famiglia del fidanzato. Primo appunto della mediatrice: il Bangladesh è un Paese patriarcale, le donne da bambine sono proprietà del padre, quindi del marito, infine, da anziane, dei figli.Per capire questa storia di violenza — che pure si consuma in una città del Veneto — bisogna allargare lo sguardo oltre i nostri confini. E farsi aiutare da un’interprete. A 17 anni Manisha si sposa, con rito religioso, nel suo Paese. Ma è chiaro che nell’affare non è stata lei a guadagnarci: lui non paga la «dote» pattuita e la schiaffeggia già al rientro della cerimonia, in auto, per una frase che ha sentito pronunciare dal suocero. Soprattutto, durante la prima notte di nozze la picchia in modo così brutale che la ragazza vince la vergogna e chiama i genitori. Interviene un poliziotto, ma — seconda nota della mediatrice — la violenza domestica in questo contesto non è reato, gli agenti lo considerano un problema coniugale. Nessuno la aiuta.

Nel 2007 si trasferisce con il marito in Italia. E va anche peggio. La picchia, la insulta, le dà la colpa di ogni cosa. Le impedisce di contattare la famiglia, le impone telefonate col vivavoce, perché possa controllarle. Squilla il cellulare, lui chiede chi la cerca, lei risponde che è la zia e gli porge l’apparecchio, lui le sbatte la testa contro lo spigolo del letto. Manisha resta incinta, il marito la colpisce violentemente anche con un bastone fino a tre giorni prima del parto. Eppure è la moglie a sentirsi colpevole: «Perché sono sempre tornata da lui». Nasce un altro bimbo, la donna raccoglie le forze e torna in patria, evitando il divorzio che la lascerebbe isolata e senza risorse: «Al massimo lui torna un mese all’anno per picchiarmi — riflette —, meglio così che essere picchiata per sempre». Ma in Bangladesh trova i genitori in ospedale, e il figlio maggiore si ammala, non c’è alternativa: deve rientrare in Italia. Finalmente, però, la sorte gira. Il pediatra che cura il bambino si accorge dei lividi della donna. S’accende la luce e Manisha si risveglia, cominciando il suo faticoso percorso di separazione e autonomia.

Non è facile per nessuna, per le donne straniere lo è ancora di meno. La lingua che è diversa e spesso impronunciabile. Lo spazio che si restringe alle mura di casa. La famiglia che è lontana e a volte legata a tradizioni antiche di dominio maschile (è questo il punto, la religione non c’entra). Gli amici che mancano. La comunità che giudica e inibisce. La burocrazia che tra pratiche di ricongiungimento e permessi di soggiorno da rinnovare complica le cose.

Una donna senegalese, la chiameremo Aminata. Il marito la picchia e il bambino piange, non dorme la notte, ha paura. Più dei lividi la sua preoccupazione è questa: proteggere il figlio, senza dividere la famiglia. L’uomo l’ha conosciuto in Africa, l’ha sposato nel 2004, nel 2011 l’ha raggiunto in Emilia Romagna. Un mondo nuovo e sconosciuto dal quale lui fa il possibile per isolarla: non le concede di avere del denaro, non le permette di uscire per fare la spesa, le sceglie i vestiti, leggeri anche in inverno. Scene di follia alternate a lunghi silenzi. Finché la situazione precipita. Una sera il marito colpisce Aminata davanti al bambino, ma poi va oltre. Chiude il figlio a chiave in soggiorno, torna su di lei e minaccia di ucciderla. La donna fugge per le scale, poi in strada, con i suoi abiti estivi a febbraio. I vicini chiamano i carabinieri. Comincia un percorso di assistenza, ma la disperazione di Aminata resta il figlio: i servizi sociali l’hanno lasciato dal padre.

Non è questione di carattere, ma di contesto: «La donna straniera è un soggetto più fragile», riflette Stefania Campisi del centro antiviolenza Le Onde di Palermo, coordinatrice del progetto europeo Iris Against Violence. Con Maria Rosa Lotti e Mara Cortimiglia, l’operatrice ha accumulato una lunga esperienza:

«Il problema c’è ma è sommerso, ci siamo rese conto che delle centinaia di donne che si rivolgono a noi ogni anno le straniere sono pochissime.

Eppure a Palermo, come nel resto del Paese, i migranti sono sempre più radicati, hanno messo su famiglia. Se al principio erano soprattutto maschi, adesso la componente femminile è altissima».

Quasi 2,2 milioni di donne straniere iscritte all’anagrafe in Italia all’inizio del 2010. Possibile che non abbiano problemi con gli uomini come e quanto le italiane? Le cifre mancano, denuncia la ricercatrice del Cnr Maura Misiti, che ha partecipato al progetto Iris. Nei registri già lacunosi della violenza sulle donne, i dati sulle migranti sono una voragine. L’unica indagine Istat in materia — ormai del 2006 — le ha tenute fuori (tanto più che era una rilevazione telefonica, in italiano). Sono le strutture di aiuto alle straniere che hanno faticosamente raccolto dati e lanciato l’allarme. Tra tutte, Trama di Terre, a Imola (Bologna), è considerata un modello. «Durante i colloqui con le donne che si rivolgono a noi per altri tipi di problemi — spiega la presidente, Tiziana Dal Pra — una su due racconta episodi di violenza domestica».

Il 50 per cento, una cifra enorme. Un fiume sotterraneo di silenzi, isolamento e quotidiane vessazioni che emerge solo quando la cronaca si fa nera. L’ultimo caso registrato dai giornali a Fiorenzuola, provincia di Piacenza, un mese fa: Kaur, origine indiana, incinta di tre mesi, uccisa e gettata nel Po dal marito ossessivamente geloso. Episodi estremi. Ma in uomini già predisposti gli studiosi dicono che cambiare Paese può essere fattore di ulteriore destabilizzazione. Scrive la sociologa Barbara Ghiringhelli:

«Nelle migrazioni i motivi scatenanti la violenza domestica possono basarsi su: difficoltà economiche e abitative, confronto con modelli di coppia e genitoriali alternativi al proprio, perdita della posizione dominante dell’uomo».

Il problema in questo caso è riconoscere il maltrattamento, quindi trovare una lingua per nominarlo e l’indirizzo per chiedere aiuto. Alle Onde di Palermo hanno capito che bisogna andare nelle comunità: «Più delle locandine o della “pubblicità”, per le donne straniere vale il passaparola. Noi organizziamo incontri con i gruppi delle diverse nazionalità». Il risultato è che se nel 2007 erano il 5%, nel 2011 le donne straniere arrivate a le Onde sono state 37 su 268, il 14%, «e il dato è in aumento».

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(28 giugno 2012) – Corriere della Sera

2019-03-19T04:45:08+01:00