Rapporto Onu: la migrazione è femmina

di Sabina Morandi pubblicato su Liberazione 

A Hong Kong, la domenica, organizzano picnic nei posteggi dei grattacieli. A Riyadh fanno le schiave, documenti e salari sequestrati da datori di lavoro che possono esercitare impunemente ogni sorta di abuso. A Londra, negli ospedali, fanno le ostetriche o le infermiere. A Milano, Roma e Torino accudiscono i nostri vecchi e crescono i nostri bambini. E’ l’esercito delle donne che si sono messe in viaggio per trovare lavoro, per ricongiungersi con il marito o per scappare da una quotidianità fatta di discriminazioni e soprusi, sono donne .In movimento verso il futuro, dal titolo del Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2006 che l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, dedica appunto alle donne migranti e che Aidos, l’Associazione italiana donne e sviluppo, si è incaricata anche quest’anno di tradurre e diffondere nostro paese.
Dopo un’estate trascorsa a intingere la penna nelle storie di follia domestica extra-comunitaria con una notevole morbosità e malcelato razzismo, si sentiva davvero il bisogno di portare un po’ di fatti in mezzo a tanto dissertare e lasciar parlare chi, come Aidos, di violenza sulle donne si occupa da anni. E’ necessario insomma «approfondire le condizioni del contesto in cui le violenze sono avvenute» avverte la vice-ministro alla cooperazione Patrizia Sentinelli, intervenuta alla conferenza stampa di presentazione del rapporto che si è tenuta ieri a Roma «perché le donne migranti sono vittime di una doppia violenza, quella economica che le ha costrette a emigrare, e quella patriarcale».

Approfondire dunque, facendo emergere i numeri di un fenomeno impressionante e le cifre di quel “fiume silenzioso ma possente”, come lo chiama l’Unfpa, che sono le rimesse degli emigranti, un fiume di denaro che scorre dal Nord al Sud (ma anche da Sud a Sud, come nel caso delle domestiche asiatiche in Medio Oriente e nel Golfo), e del quale le donne costituiscono i principali affluenti. La metà di tutti i migranti del mondo, infatti, è femmina: 95 milioni di persone «invisibili e sconosciute» in grado di produrre una quantità di ricchezza che fa impallidire gli aiuti allo sviluppo. Stiamo parlando di una cifra che, lasciando fuori dal conto l’economia sommersa o illegale, si aggira sui 232 miliardi di dollari (183,5 miliardi di euro), un capitale che per molti paesi in via di sviluppo costituisce la seconda fonte di risorse esterne dopo gli investimenti diretti dei privati. E dai primi studi, finora scarsi, emerge con chiarezza quanto sia importante il contributo dell’altra metà del cielo. Tanto per fare qualche esempio, a Sri Lanka sul miliardo di dollari (792 milioni di euro) in rimesse ricevuto nel 1999, la quota trasferita dalle donne era pari al 62%. Dei circa 6 miliardi ricevuti ogni anno dalle Filippine alla fine degli anni ‘90, la quota delle donne era pari a circa un terzo. Anche se le donne guadagnano meno degli uomini risulta che la quota spedita a casa è maggiore ed è destinata prevalentemente a spese come la salute e l’istruzione.

Le donne migranti come ricchezza, insomma, ma anche al centro di quel fenomeno globale di fuga dei cervelli che non riguarda solamente i nostri frustrati scienziati costretti a cercare oltre oceano i fondi per la ricerca. E’ proprio nella partenza in massa di infermiere, ostetriche e medici dai paesi più poveri che il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione individua una delle sfide più complesse della migrazione internazionale.

Si tratta di persone formate a spese degli impoveriti stati africani o caraibici che, una volta giunte in età da lavoro, non trovano posto nei sistemi sanitari resi fatiscenti dalle diete liberiste degli anni passati.
A misurarla, questa diaspora, spaventa. Secondo ricerche recenti, l’intenzione di emigrare è particolarmente alta tra il personale sanitario che vive nelle regioni più duramente colpite dall’Hiv/Aids: il 68% degli intervistati in Zimbabwe e il 26% in Uganda hanno espresso il desiderio di lasciare il proprio paese e andare all’estero, dove possono trovare stipendi adeguati e attrezzature per operare. Secondo la Commissione globale sulle migrazioni internazionali, ci sono più medici del Malawi nella città inglese di Manchester che nel Malawi stesso. Dei 600 medici formati dopo l’indipendenza in Zambia, solo 50 lavorano ancora nel paese.

Il problema della fuga dei cervelli è ovviamente esacerbato dal disperato bisogno di personale medico nei paesi d’origine. L’Africa sub-Sahariana falcidiata dalle malattie infettive (il 25 per cento del carico mondiale) può contare su appena l’1,3 per cento del personale sanitario globale. E, come sottolinea il rapporto, «Più ancora dei medici, sono le infermiere a costituire le “truppe di prima linea” nelle cure sanitarie: quando levano le tende, spinte da bassi salari, cattive condizioni di lavoro e mancanza di opportunità, sono i pazienti a soffrire e il sistema sanitario a sgretolarsi». Nel 2000 le infermiere che hanno lasciato il Ghana sono state il doppio dei laureati. Due anni dopo, il Ministero della salute stimava la mancanza di personale paramedico al 57%. Nel 2003, Giamaica e Trinidad e Tobago denunciavano una mancanza di infermiere del 58 e del 53% rispettivamente. Sempre nel 2003 la percentuale di infermiere filippine occupate all’estero era stimata intorno all’85 per cento.

Una situazione gravissima se è vero, come riporta l’Unfpa, che «L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda un minimo di 100 infermiere ogni 100.000 persone, ma sono molti i paesi poveri che non si avvicinano neppure lontanamente a questo rapporto. In alcuni (Repubblica Centrafricana, Liberia, Uganda) ci sono meno di 10 infermiere ogni 100.000 persone, mentre nei paesi più ricchi (Finlandia, Norvegia) il rapporto è di 2.000 a 100.000 e in Europa è mediamente 10 volte superiore a quello dell’Africa e del Sud-Est asiatico».

L’altro grande problema su cui si è soffermata la presidente dell’Aidos, Daniela Colombo, riguarda il lato oscuro della migrazione, la tratta, nella quale le donne sono doppiamente colpite e contro la quale gli strumenti normativi sono ancora tragicamente inadeguati. S’impone l’urgenza di ratificare le convenzioni già entrate in vigore, come quella sui Diritti dei migranti che è stata approvata, in Europa, soltanto da Bosnia e Turchia. E si tratta, ricorda Colombo, di varare una legge organica sui rifugiati della quale il nostro paese è ancora privo. Solo lavorando nella direzione tracciata dal Protocollo di Palermo sulla tratta di esseri umani si può sperare di incidere su di un contrabbando internazionale di cui sono vittime, ogni anno, fra le 600 e le 800 mila persone, almeno l’80 per cento delle quali donne e bambine. Non a caso, sollecitata dai giornalisti, la vice-ministro alla cooperazione ha insistito sulla necessità di rivedere la politica dei flussi «senza sentimentalismo né assistenzialismi» ha sottolineato Sentinelli «ma in quello spirito di rispetto reciproco che abbiamo imparato partecipando ai Forum Sociali. Perché se è vero che va rispettato il desiderio di stare, di partire o di tornare, è altrettanto vero che l’Europa ha bisogno di lavoratori, aggiungo io tutelati nei loro diritti. Il che è una dimostrazione abbastanza chiara che l’approccio securitario e repressivo del fenomeno non è soltanto discutibile ma anche decisamente contrario ai nostri interessi economici».

2019-03-19T05:06:55+01:00

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