Processo Saman Abbas: sentenza attesa, ma non basta

La Corte d’Assise di Reggio Emilia ha emesso la sentenza del processo per la morte di Saman Abbas,

condannando all’ergastolo il padre Shabbar e la madre Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain a 14 anni di reclusione, mentre ha assolto i due cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq.

La giovane era scomparsa tra la fine di aprile e l’inizio di maggio del 2021 e il corpo è stato ritrovato solo nel novembre del 2022. Saman si era ribellata a un matrimonio forzato e per questo è stata uccisa dalla sua stessa famiglia.

“Ora da questo processo dobbiamo ripartire per pretendere un’attenzione maggiore e un nuovo impegno da parte della politica, di tutte le istituzioni e dell’intera società civile per fermare la pratica dei matrimoni forzati, precoci e combinati, espressione di una cultura patriarcale che ancora oggi uccide le donne che a essa si sottraggono.

A Saman Abbas, e a tutte quelle che come lei sono state uccise, dobbiamo il nostro maggiore impegno per sconfiggere questa pratica patriarcale e sostenerle verso una vita libera” ha affermato Monica Miserocchi, avvocata di Trama di Terre presente ieri in aula.

Trama di Terre si è costituita parte civile insieme agli altri Centri Antiviolenza e alle associazioni NonDaSola, UDI e Differenza Donna. A tutte è stato riconosciuto il risarcimento dalla Corte d’Assise.

“La costituzione di parte civile – dichiara la presidente e avvocata di Trama di Terre Clarice Carassi – ci ha dato la possibilità di portare anche nell’aula giudiziaria del processo per il femicidio di Saman Abbas la voce dei Centri Antiviolenza, che da oltre 30 anni sono attivi nel contrastare la violenza maschile contro le donne; la voce delle donne che ogni giorno vengono accolte e restituiscono il vissuto di una vittimizzazione maschile che è espressione della cultura patriarcale del possesso e della sopraffazione; e ribadire che la violenza maschile verso le donne è violenza di genere, agita sulle donne in quanto tali. Una scelta che risponde alla vocazione e alla espreienza politica di Trama di Terre che dal 2009 opera nella diffusione delle conoscenze necessarie per comprendere e contrastare il fenomeno dei matrimoni forzati e precoci e contro le limitazioni delle libertà personali di giovani donne di origine straniera”.

L’esito della sentenza era ampiamente atteso. Tuttavia, la sola risposta giudiziaria non è sufficiente, è necessaria la prevenzione.

“Seppure siamo solo alla sentenza di primo grado, questo processo ci restituisce l’importante risultato di avere portato il tema dei matrimoni forzati all’attenzione pubblica, evidenziando l’urgenza di investire sulla formazione delle rete che interviene nel contrasto alla violenza di genere, e di aver sottolineato la matrice patriarcale della violenza contro le donne, alle quali viene negato e, in ogni caso, costantemente minato il diritto alla libertà di decidere della propria vita” continua la presidente Clarice Carassi. “C’è un assoluto bisogno di investire in formazione e in azioni di sensibilizzazione per consentire la tempestiva individuazione delle situazioni di pericolosa esposizione e di costruire una rete di protezione che coinvolga centri antiviolenza, servizi sociali, scuola, forze dell’ordine e magistratura, in grado di leggere tempestivamente il contesto, riconoscere i casi di violenza e identificare gli indicatori di rischio”.

Le donne e le operatrici di Trama di Terre sono soddisfatte per la sentenza della Corte d’Assise, perché segna un ulteriore riconoscimento della matrice patriarcale dei reati di genere, ma il nostro impegno nella richiesta di maggiore formazione e consapevolezza da parte di tutte e tutti non si ferma.

2023-12-20T14:53:45+01:00