Migrazione donna

di Eleonora Martini publicato sul Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Discriminate in patria partono. E sono quasi sempre le prime, perché il loro lavoro – e il loro corpo, purtroppo – è «più spendibile nelle società avanzate». Mansioni di cura e industria del sesso, sono i due grandi serbatoi di lavoro cui sono costrette ad attingere le donne immigrate, sottoposte ad una duplice discriminazione, quella di genere e quella dettata dalla xenofobia. Sono quasi 95 milioni nel mondo, il 49,6% del totale della popolazione migrante (un quarto sono invece giovani tra i 15 e i 24 anni). E sono la maggioranza delle persone sottoposte a lavoro forzato, con punte di abusi e violazione dei diritti subite non in Europa o negli Usa, come si potrebbe supporre, ma nei paesi ricchi del Sud-est asiatico e del Medio Oriente dove ormai è notevole il flusso di immigrati. Ma il loro lavoro è preziosissimo, non solo come è ovvio nei paesi di accoglienza, ma anche perché contribuisce ad una parte fondamentale di quegli oltre 230 miliardi di dollari (globalmente nel 2005) di rimesse verso i paesi di provenienza. Ma forse ancora più importanti sono le «rimesse invisibili» di cui sono portatrici quando rientrano in patria: autostima, autorevolezza, emancipazione sociale e culturale.
Luci e ombre sullo stato delle donne nelle migrazioni internazionali emergono dalla fotografia scattata dall’Unfpa (Fondo Onu per la popolazione) nel rapporto 2006, presentato ieri contemporaneamente in molte capitali mondiali. A Roma la versione italiana è stata curata dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo), esposta dalla presidente Daniela Colombo, e discussa, tra gli altri, da Patrizia Sentinelli (Prc), vice ministra agli esteri con delega alla cooperazione, che ha lanciato un appello al Parlamento affinché nella prossima finanziaria ci sia un fondo per la cooperazione. Un appuntamento preparatorio al primo «Dialogo di alto livello su migrazione e sviluppo internazionale» che si terrà il 14 ed il 15 settembre prossimi a New York nel quartier generale dell’Onu.
Le ombre: sono donne il 56% dei 12 milioni di migranti ridotti in schiavitù. E sono femmine, anche bambine, il 98% delle persone sfruttate sessualmente. La tratta delle donne (che coinvolge ogni anno circa 800 mila individui) e l’industria del sesso sono ormai attività talmente fiorenti da risultare al terzo posto dei traffici illeciti, dopo armi e droga, con un introito annuo che si aggira sui 40-45 miliardi di dollari. E’ «l’oscuro prodotto collaterale della globalizzazione». Ma anche le lavoratrici domestiche vivono una particolare condizione di vulnerabilità: abusi psicologici, violenze sessuali, percosse, aggressioni, limitazione della libertà, detenzione del passaporto. Nascoste in casa e senza protezione, spesso ignare dei loro diritti, la loro condizione è particolarmente preoccupante in quei paesi privi anche di protezione legislativa. L’Arabia Saudita, ad esempio, dove solo recentemente sono ammesse associazioni di mutuo soccorso, ospita almeno un milione di donne provenienti da Indonesia, Filippine e Sri Lanka, prevalentemente collaboratrici familiari. Ma, come dimostrano le cronache di questi giorni, le donne immigrate non sono certo al sicuro tra le mura di casa. E spesso sono costrette a non denunciare le violenze subite dai mariti per non rinunciare alla legalità, essendo arrivate per ricongiungere la famiglia. L’Aidos, per questo, sollecita una legge ad hoc.
E qualche luce: le donne sono però anche la maggior parte dell’immigrazione altamente specializzata, la cosiddetta «fuga dei cervelli»: medici, infermiere e personale sanitario, innanzitutto, necessario ai nostri sistemi sanitari. Un depauperamento delle competenze e delle risorse umane insanabile invece per i paesi di provenienza. «Eppure – secondo la studiosa Claudia Galimberti – del personale sanitario immigrato che si faccia carico di aiutare le loro conterranee sarebbe prezioso» per ridurre i rischi per la salute delle donne migranti, provocati dalla diffidenza e dall’inaccessibilità dei servizi sanitari dei paesi d’accoglienza. E ancora: i soldi che le immigrate inviano alle loro famiglie sono larga parte delle rimesse mondiali. «Occorrerebbe – ha sottolineato Sentinelli – un ripensamento del sistema bancario e di microcredito, per rimettere in circolazione quel flusso di denaro e far crescere il Pil dei paesi di provenienza». Ma se c’è un vero utile di questo flusso, sta «nell’impatto sociale e culturale nel proprio paese e su quello ospitante – spiega Galimberti – Le donne che emigrano gustano una libertà responsabile mai provata prima. E allo stesso tempo, quando tornano, acquistano considerazione e fiducia. Quando l’emigrazione riesce, getta i semi di un risveglio culturale estremamente importante e positivo».

2019-03-19T05:06:40+01:00

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