Intervento di Giulia Dal Monte il 25 aprile in piazza Matteotti a Imola

Il 25 aprile del 1945 ha sancito la Liberazione.

Liberazione dalla dittatura fascista, dal regime, dalla violenza di Stato contro un popolo imprigionato per venti lunghi anni.
Allo stesso tempo ha significato la liberazione dalla guerra, da quell’ultimo frutto avvelenato del fascismo.
I nostri nonni e le nostre nonne con la resistenza e poi con la Costituzione avevano sancito un “mai più”.
Mai più guerra, mai più morti, mai più dolore.

Avevano fondato il vero tabù laico a partire dal quale le nuove generazioni avrebbero potuto costruire la nuova società democratica.

E invece?

Invece questo tabù negli ultimi anni è stato infranto, senza rispetto per il sangue versato per renderlo eterno e senza pietà per la vita, le vite umane.

È accaduto in Iraq, e poi in Jugoslavia, e poi di nuovo in Iraq e in Afghanistan e poi in Libia e ora in un Medio Oriente infuocato dal terrorismo e dalle guerre.

Le guerre portano con sé un lento e inesorabile scivolamento delle coscienze verso l’abisso, al punto che tutto è normale, tutto è possibile, anche la barbarie più criminale.

È la vera banalità del male dei nostri giorni, il non sapere più riconoscere la violenza, la guerra.

Perché appunto, oltre alle guerre con le bombe e i carri armati, ci sono guerre quotidiane che non fanno rumore, che non ci spaventano e non ci costringono a stare chiusi in casa per la paura di quello che può accaderti fuori.

Ci sono guerre silenziose, dove non si sentono spari e urla disperate.

La più grande di queste guerre avviene a poche centinaia di chilometri da qui: è quella che avviene nel Mar Mediterraneo.

Sono oltre 23.000 le persone morte negli ultimi 13 anni nel tentativo di raggiungere l’Europa, il 50% in più rispetto alle stime ufficiali.

Dall’inizio dell’anno sono morti nel Mediterraneo 1750 migranti, quasi la metà solo nella notte tra sabato 18 aprile e domenica 19.

È già stato detto molto, forse troppo su questa vicenda.
Nei giorni scorsi ogni persona si è sentita in diritto di commentare questa strage, dimenticandosi di compiere l’esercizio più difficile: mettersi nei panni di ciascuna di queste persone.

Perché cosa avreste fatto voi se foste nati in un paese dove venite perseguitati? Cosa avreste fatto quando accanto vi muoiono di fame le persone che più amate?

Cosa avreste fatto se foste nati in un paese dove venite perseguitati solo perché appartenete ad una confessione religiosa proibita?

Noi scappiamo per molto meno, e abbiamo la possibilità di farlo perché siamo nati nella parte più ricca del mondo.

Ci possiamo permettere di attraversare le frontiere senza dover pagare nessuno, senza dover fare documenti falsi.
E così, se in Italia si abbassa la nostra qualità della vita, muniti solo della nostra carta d’identità possiamo andare a studiare o lavorare a Londra, a Parigi, a Berlino.
E se non siamo ancora contenti possiamo addirittura comprarci un biglietto aereo e andare a lavorare negli Stati Uniti d’America, per esempio.

Ecco, le persone che muoiono nel Mar Mediterraneo, muoiono perché non hanno queste possibilità.

Due giorni fa si è tenuta una riunione straordinaria del consiglio europeo sull’immigrazione, tra le altre cose è stato deciso di distruggere i barconi per impedire le partenze.

Pensare alla distruzione delle barche è ridicolo sia in termini di reale fattibilità sia in termini di salvaguardia delle vite umane.

Però ci mettiamo in pari con la coscienza, perché lottare contro gli scafisti ti fa sentire migliore, ti fa prendere voti.

Ma il dramma è che affondare una barca non risolve il problema della vita (di come vivere, o meglio di come sopravvivere) di nessuna delle decine di migliaia di persone che sperano in un futuro.

Badate: non in un futuro migliore, ma in un futuro perché dove stanno adesso per loro il futuro, un futuro, semplicemente non esiste.

Per risolvere il problema della vita, come propone per esempio la comunità di Sant’ Egidio e la Federazione Italiana delle Chiese Evangeliche, si potrebbero utilizzare le risorse dell’ 8 per mille per aprire e mantenere corridoi umanitari verso l’Italia e l’Europa.

Ho parlato di persone, di esseri umani, mentre in televisione, sui giornali, nei dibattiti politici si parla sempre e soltanto di clandestini, di extracomunitari, di immigrati.

Senza ricordarsi che tutti siamo immigrati, ogni popolo emigra: è la storia.

Ancora oggi decine di migliaia di italiani ogni anno lasciano il nostro paese. Ma loro sono ragazzi a cui augurare fortuna, cervelli in fuga, non immigrati.
Senza ricordarsi che quelli che chiamiamo sprezzantemente immigrati, clandestini o extracomunitari sono persone, esseri umani.

Forse ravvivare il ricordo del 25 aprile ci serve anche a questo.
A ricordarci che siamo donne e uomini, persone, esseri umani.
Uguali, irriducibilmente uguali.

Interventto di Giulia Dal Monte, socia di Trama di Terre, il 25 aprile 2015 in piazza Matteotti a Imola

2019-03-19T04:22:21+01:00