12 aprile: iniziative in tutta Italia contro la violenza dei tribunali

Si torna in strada a manifestare davanti ai tribunali di tutte le città italiane per dire basta. Basta alla violenza sulle donne, non solo quella subita da parte di uno stupratore, ma anche contro quella che spesso viene messa in atto dalla giustizia attraverso sentenze in processi per stupro. A chiamare a raccolta le donne, ma non solo, è la rete di donne, femministe, attiviste di Non una di meno e lo fanno contro una sentenza emessa lo scorso 25 febbraio con la quale il tribunale di Torino ha assolto un ex commissario della Croce Rossa, accusato di molestie e stupro ai danni di una dipendente interinale che lì prestava servizio.

Assoluzione che ha avuto la doppia conseguenza di far passare la donna da vittima ad accusata, proprio in conseguenza di quella decisione del tribunale. Per la donna, infatti, si profila un nuovo processo in cui potrebbe dover rispondere di calunnia e, se condannata, costretta a pagare i danni. Una vicenda contro la quale si è subito mobilitata la rete Non una di meno, chiedendo che mercoledì alle ore 12 ci si organizzi con volantinaggi e iniziative davanti ai tribunali per dire basta a sentenze che si basano su assiomi e stereotipi di violenza. Sulla base dei quali, se le vittima è una donna, il solo no non è sufficiente. Sulla base dei qualisi deve dimostrare di aver fatto più del possibile per fermare il proprio aggressore, nella convinzione, maschilista e patriarcale, che quella sessuale deve avere una connotazione diversa e specifica per poter essere declinata come vera violenza e quindi poter essere credibili e credute.

Abbiamo contattato l’avvocata Tatiana Montella, attivista di Non una di meno, che ci ha spiegato le ragioni di questa iniziativa.

Qual è stata la vostra reazione alla lettura di questa sentenza per stupro di Torino?

È stata, per l’ennesima volta, di sconvolgimento e di rabbia perché anche all’interno dei tribunali, così come nella cultura generale, si fa fatica a comprendere che la questione della violenza sulle donne, soprattutto per quel che riguarda in questo caso la violenza sessuale, è violenza a tutti gli effetti ogni qual volta non c’è il consenso. Il fatto che in qualche modo ci sia anche solo un segnale di assenza di volontà di avere un rapporto però, a quanto pare, non basta per confinare quel rapporto in uno stupro vero e proprio. Non c’è quindi una presa di coscienza complessiva nonostante anni e anni di lavoro e pensare che un no è un no! E poi chi stupra sa quello che sta facendo. Il problema più grave non è Torino, la sentenza, ma il fatto che rappresenti uno specchio, che c’è ancora una difficoltà innegabile anche all’interno dei tribunali, penali e civili, di leggere gli elementi propri della violenza sulle donne e delle mille facce che ha.
Così, prima di Torino, c’era stato il caso di prescrizione in un processo di stupro ai danni di una minorenne. Ecco perché si è pensato che fosse necessario organizzare una serie di iniziative simboliche come volantinaggi

Quali saranno le parole d’ordine di mercoledì?

Saranno quelle che hanno accompagnato tutte le fasi del processo di Non una di meno: no alla violenza in tutte le sue forme, l’assenza di consenso è stupro, la violenza contro le donne ha mille facce, e in questo caso anche quella dello Stato che in qualche modo perpetra questa forma di violenza nei confronti di una donna che cerca giustizia e invece viene messa in discussione la sua stessa volontà. Per di più in questa vicenda si pensa di avanzare nei confronti della donna un procedimento per calunnia.

Se ci fosse davvero questo processo per calunnia, voi cosa farete?

Essendo un movimento sociale di donne e non una associazione non possiamo costituirci parte civile. Ma come Non una di meno, probabilmente, seguiremo il processo in termini politici sociali.

Qual è la pericolosità di una sentenza come questa, al di là del danno psicologico e legale che dovrà subire la vittima ?

Il problema non è che diminuiscano le denunce è che spesso non viene riconosciuta l’origine stessa della violenza nei confronti delle donne, con conseguente assoluzione dello stupratore il che fa chiaramente perdere fiducia. Inoltre potrebbe essere un precedente per altre sentenze dal punto di vista giurisprudenziale. Sono certamente dei precedenti gravi: non riconoscere questo elemento della violenza sulle donne ci riporta indietro di anni rispetto alla battaglia che i movimenti delle donne hanno fatto rispetto al reato di stupro e del riconoscimento di violenza da un punto di vista giurisprudenziale.

Il fatto che lo stupro non venga riconosciuto come violenza sin da subito è legato a stereotipi di genere, proprio perché la vittima è una donna?

Sì. Riflette la cultura patriarcale che hanno introiettata anche i giudicanti nei tribunali. Per questo motivo occorrerebbe una formazione specifica di chi agisce da giudice nei tribunali e decide a vari gradi, così come nei Pmavvocatipolizia che raccolgono per prime le denunce di violenza delle donne e che possono orientare in qualche modo anche il procedimento penale. Quindi sì, spesso i tribunali riflettono questa cultura patriarcale che c’è anche nella società.

Cosa si può fare perché in processi delicati come questi la donna non sia per la seconda vittima?

Secondo me dovrebbe cambiare proprio l’approccio a questo tipo di procedimento, perché si sottovalutano alcuni aspetti importanti. Faccio un esempio: è ovvio chi subisce violenza, per prima cosa cerca di dimenticare. Questo ovviamente crea, a distanza di tempo, in eventi così traumatici delle difficoltà nel raccontare la storia, renderla lineare in tutti i suoi passaggi. Ecco, un tribunale serio si dovrebbe porre il problema di saper leggere come si assume la testimonianza della persona che ha subito violenza. Mentre quello che si intravede nei tribunali è l’approccio più classico come nei casi di furto, ad esempio. Il limite grosso di questi procedimenti è il fatto che la donna è l’unica persona che ne può parlare, in genere non ci sono altri testimoni. Ciò che è sbagliato è il modo in cui ci si approccia, basterebbe ad esempio non giudicare, evitando domande, ad esempio, su come eri vestita perché non si capisce bene che attinenza dovrebbe avere al fatto che sia stata stuprata o meno.
Non ricostruire il fatto basandosi su quali errori avrebbe commesso la persona offesa invece di capire dov’è la responsabilità dell’altro, dello stupratore. Ad esempio una sentenza di Firenze di qualche anno fa che giudicava la vita della donna, le sue scelte. Ecco, non credo che questo debba essere l’approccio da avere in casi del genere ma ancora esiste.

Alla chiamata della rete ha aderito anche Non una di meno di Benevento. Ce ne ha parlato Giulia Tesauro, attivista beneventana.

Non una di meno di Benevento ha risposto a questo appello e ci ritroveremo alle 12 davanti al tribunale di Benevento, con un presidio contro la violenza perpetrata dai tribunali nei processi di stupro. Vogliamo far capire come il sessismo abbia molte forme, non solo quelle tradizionali e che spesso viene perpetrato anche in quelli che dovrebbero essere luoghi istituzionali di tutela della legalità quali appunto i tribunali.

Secondo te c’è il rischio che sentenze come queste possano far diminuire le denunce per stupro?

Il rischio è proprio quello. Il messaggio che vogliamo lanciare è di dire a una donna vittima di violenza che nonostante questa sentenza non è sola, perché c’è una rete pronta a sostenerla.

Che tipo di sensibilità c’è secondo te rispetto a questo problema?

Il problema principale è arginare la violenza in ogni sua forma, a partire dai messaggi veicolati dai media come nel programma della Perego su Rai Uno, fino ad arrivare a episodi di violenza fisica e psicologica.

C’è ancora il pregiudizio secondo cui una donna se l’è andata a cercare?

Esiste, sì. Basti pensa ai commenti che vengono fatti in maniera leggera quando ci sono casi di violenza con l’immediata colpevolizzazione della vittima e che poi è quello che le fa tenere tutto nascosto e non denunciare.

Altre iniziative di Non una di meno di Benevento?

Ci stiamo muovendo per l’applicazione della legge 194, perché nell’unico ospedale pubblico di Benevento, al momento, non nell’organico manca la presenza di medici non obiettori. Ultimamente abbiamo avuto alcuni incontri con la dirigenza e sembrerebbe esserci una possibile soluzione al problema con un protocollo d’intesa con l’Asl. Tuttavia al momento la situazione non è chiara, quindi stiamo continuando la nostra battaglia. La città di Benevento, e la Campania in generale, hanno infatti percentuali altissime di medici obiettori nella sanità pubblica, in confronto ad altre regioni d’Italia.

di Elisabetta Cannone, tratto da http://www.prideonline.it/2017/04/11/non-meno-organizza-iniziative-assoluzione-stupro-torino/

2019-03-19T04:07:59+01:00