Fo: “Senato gioco grottesco e infame” Al Pd: “Cosa fai sulla barca del pirata?”

Il premio Nobel alla sua prima uscita pubblica dopo la morte della moglie,  per la presentazione del primo sciopero nazionale delle donne contro la violenza. “Qui si rivendica il diritto a gestire la propria vita, una cosa cui teneva molto anche Franca”

“Come cosa ci faccio qui? Franca recita stasera. Non potevo mancare. In queste terre, io e lei creammo un teatro nuovo: erano gli anni ’70 avevamo un rapporto bellissimo con il Pci, ma loro ormai l’hanno dimenticato”. Se gliel’avessero detto prima, le ragazze dell’associazione Trama di Terre di Imola non ci avrebbero mai creduto. Alla serata che hanno organizzato ieri per pubblicizzare il primo sciopero nazionale delle donne contro la violenza (il 25 novembre), si è manifestato lui, Dario Fo: cappotto e cappello, vocione e sguardo da bambino. Per la sua prima apparizione pubblica – salvo un’ospitata da Lilli Gruber – dopo la morte della compagna ha scelto un piccolo Comune e una piccola associazione. “Queste donne rivendicano una cosa cui Franca teneva molto: il diritto a gestire la propria vita – dice davanti alle 550 persone richiamate in fretta e furia dall’amministrazione, che prima aveva destinato all’evento una palestra e poi in un solo giorno, quando lui ha detto sì, ha dovuto trovare un teatro – e non essere bloccati dall’imposizione dei maschi”. Il monologo sullo schermo si chiama Sesso, tanto per gradire, ed è un viaggio tra sesso e amore, una rivisitazione di un testo scritto dall’allora ventenne Jacopo Fo, in cui è inserito anche il monologo che racconta lo stupro subito dall’attrice nel 1973. “Franca ormai è solo nella mia memoria e in quella del pubblico. Mi dispiace non sia più qui con me. Il grande disastro è non avere più al mio fianco qualcuno capace con l’ironia di indicarmi la strada. Franca – spiega dal palco, col vocione rotto – mi insegnava a superare i momenti di disperazione, ad andare oltre, a comprendere e perdonare le persone. Lei ha fatto uno spettacolo in cui raccontava il proprio stupro, dietro cui c’era lo Stato italiano. Eppure ha scelto di raccontarla centinaia di volte, per informare. Per dare alle ragazze il coraggio di mettersi in campo, far capire cosa significa violenza. Per questo bisogna applaudire queste ragazze di Imola”. Più tardi, serissimo: “Franca bisogna ricordarla con molto rispetto. Io sono orgogliosissimo di essere stato sposato con una donna così ironica, così generosa. Una volta chiamò il mio avvocato e disse che voleva le fosse tolto il diritto di firma, altrimenti avrebbe continuato a fare donazioni. Diceva: ‘Ti manderò in rovina Dario”. Domani uscirà in libreria Fuga dal Senato, il libro di inediti in cui Franca Rame racconta la propria esperienza nei banchi di Palazzo Madama. Prova indelebile, dice lo sposo, “di come lei avesse già visto, già capito, tante cose: il rispetto per il pubblico – per Fo è tutto pubblico – , gli stipendi dei politici troppo alti, il dramma delle carceri, il rischio dell’uranio impoverito, le morti sul lavoro, l’idiozia delle guerre travestite da pace, l’accoglienza degli ultimi, come dice oggi benissimo questo nuovo Papa Francesco”. Destino buffo, tutto questo lo racconta proprio nel giorno in cui Berlusconi è tornato in sella, per l’ennesima volta. “E’ il solito gioco delle tre carte, grottesco e infame. Si pensava che il re uscisse da una parte, invece è uscito dall’altra, a sorpresa, con i cavalli e i servi ubriachi, i suoi avvocati, pronti a dare il mazzo. Intanto Pd e Pdl dopo anni di amore clandestino si sono finalmente sposati, in chiesa. Mi viene in mente una commedia, si chiama ‘Cosa vai a fare nella nave del pirata?’”. Ma attenzione: avverte il Nobel. “La colpa è di tutti. Franca se fosse qui mi avrebbe spinto a scrivere una commedia su questo. Magari lo farò, nella speranza che la mia assurdità venga premiata: che noi si diventi davvero un popolo libero, cosciente, civile e migliore”. Applausi, un abbraccio e giù dal palco. Il Nobel si mimetizza nel pubblico: Franca recita ancora.

Caterina Giusberti, 3/10/2013, – bologna – repubblica.it

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