Donne amiche da terre lontane

«I servizi sociali mi dicevano che potevano prendermi se c’era un serio pericolo per la vita mia e della mia bambina. Io dicevo che non mi picchiava, ma che non lo sopportavo più. Dopo che eravamo scappati dall’Armenia mi trattava male: aveva perso tutto. Ma anche io stavo male, perché doveva sfogarsi su di me? Ero fuori di testa, depressa, se non me ne andavo lo ammazzavo. Alla fine ho detto: ‘mette la bambina nella lavatrice’. Ma non era vero». Però così i servizi sociali del comune di Bologna si sono fatti carico di Vanessa, 35 anni, in Italia con un permesso di soggiorno umanitario.
Non succede solo a Bologna che una donna debba mostrare l’occhio nero di botte per diventare ufficialmente vittima di violenze agli occhi dello stato. Soprattutto quando quei maltrattamenti avvengono in famiglia. Vanessa racconta la sua storia seduta nel chiostro della sede dell’associazione Trama di Terre, a Imola. Dopo le peripezie attraversate nei labirinti della burocrazia, è finita qui: il comune ha chiesto all’associazione di ospitarla in uno degli appartamenti destinati all’accoglienza delle donne in difficoltà. Per Vanessa è come aver ritrovato casa: «Adesso sono tranquilla – racconta – qui ho parlato tanto. Qualche volta lui viene, vuole molto bene alla bambina. Mi dice tante cose, bla bla bla, ma io ora sto bene da sola».
Un angolo di mondo
E’ un posto strano il centro interculturale Trama di Terre. Forse unico in Italia, senz’altro raro. Si trova in un palazzo antico, nel centro della città, un angolo di mondo racchiuso nel vicolo di un opulento paese di provincia. Già l’ingresso ricorda vagamente certi luoghi di ritrovo sudamericani: sulle pareti un murale e le creazioni artistiche di una donna che tempo fa passò per il centro. Poi il cortile interno con i fiori che ornano il piccolo pozzo. Da un lato c’è la «cucina abitata», inaugurata di recente: tra i suoi fornelli, dove in genere lavorano le donne detenute in regime di affidamento sociale, si prepara da mangiare per chi vive qui; ma si trasforma anche in un piccolo ristorante di cucina etnica. Da un’altra porta si entra nei locali del piano terra: la sala riunioni, la biblioteca, la stanza dove si tengono i corsi di italiano per donne straniere. I muri tappezzati di foto, volantini, manifesti, stoffe, che arrivano dai quattro angoli della terra, portati qui da qualcuna che in quei paesi c’è stata, o c’è nata. Al secondo piano i quattro appartamenti, circa venti posti letto, per ospitare le donne e i loro bambini. Ogni anno passano di qui circa 500 donne straniere.
E’ un po’ difficile chiamarlo centro antiviolenze: non è nascosto, non è separato e non lo vuole essere. Non ci sono soltanto donne che hanno subito maltrattamenti fisici o psicologici, come la donna tunisina con i suoi quattro figli che qualche settimana fa è finita sul giornale perché veniva segregata in casa dal marito. In questi giorni ci sono anche alcune ragazze dell’est sfrattate dai loro appartamenti. Ma non è neanche un centro di accoglienza. Chi non è inserita a retta dei servizi sociali paga un affitto, anche se minimo e secondo le proprie possibilità.
L’atea e la musulmana
Il centro interculturale Trama di Terre è nato, esattamente dieci ani fa, rompendo gli schemi. A cominciare dalle fondatrici: Tiziana Dal Pra e Nabila Kovachi. La prima è comunista, femminista e atea. La seconda, algerina, non ha precedenti esperienze politiche in Italia, è musulmana praticante, come dimostra il velo che indossa. Si sono incontrate durante un corso di mediazione culturale e hanno deciso di mettere in piedi un’associazione tra donne italiane e migranti, improntata sul pensiero della differenza di genere, con l’idea di lavorare e dare lavoro. Gli altri dicevano che avrebbero litigato presto. Uomini, e donne, di poca fantasia.
I primi interventi sono a Imola e nella vallata: corsi di cucito, lezioni di alfabetizzazione, attività per i bambini. All’inizio in un clima un po’ amicale e di sorellanza, poi, col tempo, la realtà impone un confronto più serrato. Non si può insegnare l’italiano senza rendersi conto che gli uomini si piantano fuori dalla porta dove si tengono le lezioni; senza intervenire quando qualche moglie viene picchiata con il bastone. Lei ha difficoltà a denunciare: è sola, un po’ ci è abituata e sa che la polizia, quando viene chiamata, spesso si limita a interrompere il «litigio».
A Trama di Terre questi pezzi di vita quotidiana arrivano giorno dopo giorno attraverso le parole delle donne, un tam tam che supera le porte chiuse. Decidono di intensificare il lavoro interculturale: dibattiti, seminari, presentazioni di libri. «Studiare, in questo sono severissima», dice Tiziana. Ma soprattutto cercare di costruire uno spazio «di sospensione»: «un luogo in cui nessuna si senta giudicata, in cui nessuna pensi di dover rinnegare la propria identità. Il filo d’unione sono le libertà femminili».
Succede che dal dibattito, dal lavoro comune si arrivi a parlare della vita privata. Le mediatrici di Trama sono spesso donne che hanno subito violenze, ribellatesi grazie al percorso intrapreso qui. Che non è privo di ricadute: «E’ successo che qualcuna sia tornata da una vacanza nel suo paese di nuovo velata, sparendo da un giorno all’altro dalle attività del centro», continua Tiziana. «Ma sono tornate. La molla, credo, sia la profonda consapevolezza che il nostro scambio abbia segnato tutte le nostre vite».
Il prossimo progetto? Un appartamento per accogliere le adolescenti. Che i problemi intergenerazionali siano il nuovo fronte di intervento qui lo si era capito molto prima della tragica morte di Hina Saleem, la ragazza pachistana sgozzata a Brescia dal padre.
Mentre l’ Italia scopre che gli immigrati non sono solo delinquenti, forza lavoro o compagni sfruttati, a Trama di Terre è più semplice diradare le nebbie e indicare una strada possibile.
Mediazione senza compromessi
La mediazione culturale, per esempio. Le mediatrici di Trama si muovono secondo una logica ferrea, spiega Malika, marocchina: «Negli interventi sosteniamo sempre la figura femminile e quella delle giovani generazioni». Per essere più espliciti: se un padre ritiene che sua figlia sia troppo libera e usa le maniere forti per tenerla in casa, che significa mediare? Convincere il padre a essere un po’ più buono e la figlia un po’ più casta? Molti mediatori, in giro per l’Italia, risponderebbero di sì. Non le operatrici di Trama: «Impossibile parlare in astratto – risponde Malika – ma starei dalla parte della ragazza».
Ovviamente le cose non cadono dal cielo: gli interventi vanno strutturati, discussi. Le mediatrici di Trama ogni cinque sabati sono obbligate a partecipare a un’intera giornata di approfondimento. Tempo fa è capitato che una mediatrice – durante una discussione sull’interruzione di gravidanza – abbia ammesso che se si fosse trovata di fronte a una donna decisa ad abortire avrebbe tentato di farle cambiare idea. Ora lavora in altri luoghi – scuole, tribunali – e non più nei consultori.
Un punto di vista che crea anche problemi alle mediatrici, il cui operato è sotto gli occhi di tutti, in un comune così piccolo. L’anno scorso una di loro intervenne in una famiglia che abitava in vallata: il figlio era un ragazzino molto vivace. Il padre – un operaio, che parlava poco l’italiano, incapace di rapportarsi a una realtà sconosciuta e con pochi contatti con la scuola – trovava nelle botte la sua unica fonte di autorità. L’operatrice convinse il padre che non poteva picchiare il bambino. Il quale, nel frattempo è scappato di casa. Il padre se l’è presa con la mediatrice: «Hai visto? Con i tuoi metodi ora è in giro a fare il delinquente».
Per questo l’associazione cerca di stimolare i servizi pubblici, dalle scuole agli ospedali, per moltiplicare gli (scarsissimi) incontri di formazione sulla mediazione. «Non è possibile pensare di affidare tutto alle mani delle mediatrici. Insegnanti, dottori, infermieri, poliziotti, devono rapportarsi a una realtà nuova. Altrimenti i problemi sono inevitabili. Siamo venuti a conoscenza di ginecologhe che di fronte a una donna araba decisa ad abortire, e a suo marito contrario all’aborto, non si preoccupano di tutelare maggiormente la donna. Con un’italiana sarebbe diverso».
Autocensura degli antirazzisti
Confronto, confronto continuo. E una prospettiva apertamente politica. Sono questi i punti fermi dell’associazione. Il centro interculturale a Imola è un riferimento per la parte democratica e antirazzista della città. Qui si è costruito il social Forum dopo le botte di Genova, si organizzano le manifestazioni contro la Bossi-Fini e la guerra, qui giovedì si è tenuto il dibattito di sostegno al manifesto.
E’ una questione di stile, a partire dalla precisa scelta di non essere «in guerra» con nessuno. Non è certo in guerra con le comunità straniere («ma quali comunità, non esistono. E comunque noi parliamo con le persone, non con i gruppi», dice Tiziana), e neanche con gli uomini.
Nabila e Tiziana oltretutto non si fanno scrupolo di andare in moschea a parlamentare delle violenze sulle donne con alcuni rappresentanti. «Portiamo nomi e cognomi di chi lo fa, li sappiamo, poi chiediamo che si parli del problema durante le prediche. Ovviamente il nostro rapporto è con la fetta più aperta della moschea. Esattamente come avviene nella nostra cultura dove le sensibilità sono molteplici – dice Tiziana – così accade dall’altra parte. Non si può leggere l’immigrazione come un monoblocco». Tra le regole del centro c’è che tanto negli appartamenti che nei corsi di alfabetizzazione non vengono messe insieme donne della stessa nazionalità. Anche questo è un modo per stimolare il confronto.
«Se vengo smentita sarò felice, ma a me pare che la frequenza delle donne italiane con le donne straniere sia bassissima. Si parla poco della condizione della donna nella migrazione perché si pensa ci siano codici diversi di comprensione, perché la migrazione comporta spesso un senso di perdita a più livelli: il lavoro, la competenza, la libertà, l’autonomia. E’ un percorso che la maggior parte delle donne di questo paese ha fatto 50 anni fa. Chi ha più voglia di vederlo?». Vale anche per la sottile autocensura che scatta negli antirazzisti. «Capisco l’ansia di non partecipare a quella che una volta era la caccia all’albanese, divenuta oggi caccia all’arabo – dice Tiziana – anche perché certe campagne sono allucinanti. E’ come se la società volesse disfarsi di una sua parte malata: non accetta che la violenza contro le donne sia trasversale alle classi, all’età, alle nazionalità. E’ interna alle famiglie, praticata da mariti, padri, fratelli, amanti, figli. Ma è ascoltando le donne straniere, il coraggio con cui denunciano certe pratiche, certi retaggi, quando gli viene fornito il modo per farlo, che ho imparato. Io difendo i diritti di cittadinanza, ma a chi dice che le differenze si supereranno con il tempo rispondo che non esiste un tempo per uccidere le donne».
A rischio chiusura
Se ne fanno di cose da queste parti. Eppure, colpo di scena, il centro interculturale Trama di Terre rischia di chiudere. Il motivo? Mancano i soldi. «Il Comune non dà nulla per l’affitto e per le attività culturali – spiega Tiziana, che ha già annunciato una manifestazione in città se la giunta non si deciderà a riconoscere il ruolo di Trama – tranne che per le convenzioni che sono lavoro retribuito. Da quando sono stati aperti gli alloggi abitativi i finanziamenti sono stati dirottati lì». Trama di Terre chiede al Comune di Imola, giunta ovviamente di centrosinistra, di mettere a disposizione ogni anno almeno 35mila euro per il sostegno delle spese vive del centro. Le risposte però per ora non ci sono, nonostante la legge regionale sull’immigrazione preveda il sostegno a centri di questo tipo. Vedremo come andrà a finire, ma le donne di Trama lo promettono: continueranno in ogni caso.

Cinzia Gubbini su Il manifesto, 23 Settembre 2006

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