ADOLESCENTI, IN EQUILIBRIO SU UN FILO.

Sospesi tra amore e possesso, tradizioni familiari e libertà, informazione social e dubbi personali: i teenager parlano di sé, di violenza e di relazioni, nei laboratori educativi di febbraio.   

L’adolescenza “non è mica facile/è questione d’equilibrio”, cantavano i Baustelle nella loro canzone sul quindicenne che alterna parrocchia, porno on line, sport e “pastiglie che contengono paroxetina”. E quindi “non è mica facile” neanche fare educazione alle differenze e prevenzione della violenza di genere. Gli adulti troppo spesso chiedono ai ragazzi di riconoscersi nella loro immagine mediatica: il black mirror di uno smartphone che rimanda solo immagini di sexting, cyberbullismo, cutting e altri trend inquietanti. Ma chi comunica a suon di stereotipi rischia di vedersi rifiutato, se non di alimentare i fenomeni sociali che vorrebbe combattere.

Per questo le associazioni della Rete Attraverso lo Specchio, che animano il ciclo di laboratori educativi NoiNo.org Lab, hanno scelto da anni la modalità dell’educazione informale. Non solo parlano con i ragazzi invece che ai ragazzi, ma inventano attività per coinvolgerli, stabilire un rapporto di fiducia e facilitare l’espressione personale. Idee creative differenti, unite dal filo dell’interattività. Per raccontarvele, partiamo da un filo vero e proprio: quello del gomitolo che Cristina de Il Progetto Alice e Silvia di Trama di Terre hanno srotolato nell’aula del Ciofs di Imola, un centro di formazione professionale post-scuola superiore di primo grado. Qui NoiNo.org Lab ha incontrato sia il personale docente che una classe: 14 studentesse e 2 studenti del corso per “Operatore delle cure estetiche”.

Mentre i ragazzi e le ragazze si presentano, il gomitolo vola da una mano all’altra: il filo passa tra felpe e sneaker, si ingarbuglia in sedie e gambe, creando una rete che mette in contatto tutti i partecipanti. Ognuno si sente più libero di dire la sua, anche sulla violenza maschile contro le donne. I due ragazzi presenti la mettono in relazione con il potere degli uomini nella società: un potere ancora forte di cui qualcuno abusa, o un potere indebolito che si ha paura di perdere? Dopo un po’ la discussione si sposta sulle differenze individuali. Differenze che troppo spesso vengono appiattite a luoghi comuni e generalizzazioni, come quelle sulla cultura di provenienza e sull’identità religiosa. Due allieve, originarie di paesi diversi ma entrambe cresciute in una famiglia di religione islamica, raccontano storie differenti: una ragazza si è sentita libera di “negoziare” le sue scelte personali; l’altra non ha avuto la stessa possibilità, e soffre di questa limitazione alla propria libertà.

Diritti individuali delle donne, diritti delle comunità migranti: tra questi due punti si stende un altro filo, quello invisibile su cui le operatrici di Trama di Terre camminano da vent’anni. Rifiutando la facile scappatoia del “relativismo culturale” che giustifica la violenza (“A casa loro si usa così, è ingiusto imporre agli altri i propri valori!”), senza cadere negli stereotipi razzisti e sessisti insieme (“La violenza di genere è un problema delle altre culture, noi difendiamo le nostre donne!”). Comunque le differenze identitarie, che hanno tanto spazio nel dibattito politico, nel nostro laboratorio rimangono in secondo piano; per le ragazze e i ragazzi della classe conta di più la vita concreta fatta di amicizie, gruppi, desideri, innamoramenti. Ma anche di relazioni per nulla positive.

Come quella mostrata nel cortometraggio “Questo non è amore”: una storia di controllo ossessivo, reale e via Whatsapp, raccontata da altri studenti (quelli del liceo Minghetti di Bologna) grazie a Il Progetto Alice. Per gli studenti del Ciofs è facile immedesimarsi nei propri coetanei, passando dal commento al racconto personale. Si apre un piccolo vaso di Pandora di esperienze viste o vissute sulla propria pelle. E si vede come essere una ragazza o un ragazzo c’entra – eccome – con quello che ti viene concesso, chiesto o impedito di fare. Anche se la realtà è sempre più complessa degli stereotipi di genere, perché non siamo macchine. Come abbiamo visto insieme agli studenti di un’altra scuola: il liceo scientifico Sabin di Bologna.

Alex, del Gruppo Scuola del Cassero LGBT center e Alessandra dell’associazione SOS Donna hanno incontrato una classe del secondo anno  e hanno chiesto loro di… programmarli! Proprio come due cyborg. Stavolta niente fili (il futuro è wireless), ma tanti post it attaccati addosso per indicare ai due automi come comportarsi da “donna modello” e “uomo modello”. Poi gli educatori fanno emergere le contraddizioni: molti quindicenni in carne e ossa, al contrario del loro modello artificiale, contengono alcune “righe di codice” di entrambi i programmi. “Niente di strano – concordano i compagni di classe – si sa che ci sono tante ragazze che amano fare sport, per dire, e un sacco di ragazzi a cui piace fare shopping o che ci tengono al loro aspetto”. Il problema nasce quando una di quelle contraddizioni viene usata contro qualcuno: lo stereotipo diventa pregiudizio, lo strumento usato per discriminare chi non “rispetta la programmazione”. Ecco il terreno di coltura delle violenze, specie di quelle meno evidenti. Quelle disparità così quotidiane che diventano trasparenti, invisibili come gli occhiali con cui ci abituiamo a guardare il mondo.

Per cambiare punto di vista, la nostra classe del Sabin guarda il corto francese “La maggioranza oppressa” (“Majorité Opprimée”, di Eléonore Pourriat, Francia 2010): in un mondo alla rovescia, perché a immagine e somiglianza delle donne, il protagonista e gli altri uomini nella storia vengono trattati in modo assurdo, come se fossero… donne! Dopo le situazioni paradossali (?) del video, i ragazzi e le ragazze del Sabin si calano in situazioni molto più verosimili, piccole scene di ordinaria discriminazione basate sul genere: dal ragazzo preso in giro perché poco macho (“Non sarai mica gay?”) alla ragazza emarginata dalle compagne perché “si veste come una facile”, dal cyberbullismo al sexting. Quasi tutti riconoscono questi comportamenti come forme di violenza a tutti gli effetti, ma per molti (e molte) è più difficile stabilire la responsabilità degli autori dei comportamenti, senza addossarla alle vittime (“Se l’è cercata!”, “Perché lo fa se sa che è pericoloso?”).

È ancora meno immediato riconoscere che anche chi si trova nel lato “privilegiato” della divisione in generi subisce una sottile forma di violenza, sotto forma di ricatti impliciti e condizionamenti subliminali. Temi complessi da affrontare in due soli incontri, ma che evidentemente non hanno lasciato indifferenti i nostri studenti, visto che ne hanno richiesto un terzo! Chissà? Intanto sappiamo che abbiamo offerto ai ragazzi e alle ragazze l’occasione per farsi domande non scontate, in uno spazio di libera espressione. E gli interrogativi non sono mancati neanche nell’ultimo appuntamento del ciclo NoiNo.org Lab che vi raccontiamo.

La “scatola delle domande” è il simbolo del laboratorio tenuto al Pilastro, un “paese nel paese” della periferia bolognese, da Jonathan dell’associazione Te@ e Francesca di Armonie. Prima di incontrarli nello Spazio di Vicinato del quartiere, i ragazzini hanno riempito un’urna rossa con i loro dubbi e le loro curiosità. Dato che i partecipanti erano tutti ragazzini maschi tra i 13 e i 15 anni, potete immaginare quale sia stato il filo conduttore della maggior parte del dialogo. Esatto. Domande sul corpo e la sessualità, dirette e a volte imbarazzanti: alcune rivelano una notevole conoscenza “tecnica”, altre mostrano ingenuità stupefacenti. Nell’incontro emergono tante contraddizioni tra i valori del proprio contesto familiare (“Sposerò solo una donna vergine!”) e i desideri comuni a tutti gli adolescenti, ma, soprattutto, un’enorme lontananza dal mondo femminile: effetto probabilmente di un’informazione sessuale tutta autogestita affidandosi a Google. Per non parlare delle paure: su tutte, quella di sentirsi “perdenti”. Ed è proprio da queste paure, unite alla mancanza di relazione con gli altri e le altre che, un giorno, potrebbe venir fuori la soluzione più semplice, quella violenta. Un buon motivo per lasciar uscire dalla scatola tutte le domande, anche quelle a cui non è facile dare risposta.

3 Marzo 2017

Fonte: redazione di NoiNo.org

2019-03-19T04:08:58+01:00